70 anni di emigrazione che ancora unisce in modo emotivo e fisico il Belgio e L’italia
L’8 agosto non è mai una data qualunque. A Marcinelle, al Bois du Cazier, è il giorno in cui il Belgio e l’Italia tornano a guardarsi negli occhi attraverso la memoria dei 262 minatori che nel 1956 persero la vita nella più grande tragedia mineraria della storia belga. Quest’anno la ricorrenza è ancora più significativa: 70 anni dalla tragedia e 80 anni dagli accordi “braccia contro carbone”, che portarono migliaia di italiani nelle miniere valloni e fiamminghe in cerca di lavoro e futuro.
Per questo, nel 2026, noi di Punto Democratico abbiamo scelto di unire idealmente Vallonia e Abruzzo, due terre che questa storia l’hanno vissuta sulla pelle. Una nostra delegazione ha partecipato alla commemorazione ufficiale al Bois du Cazier, mentre una nostra socia ha raggiunto Manoppello, il comune abruzzese gemellato con Marcinelle, dove ancora oggi la memoria dei minatori è parte dell’identità collettiva.
I momenti della commemorazione
La cerimonia al Bois du Cazier è sempre intensa, ma quest’anno aveva un peso particolare.
I momenti più toccanti restano quelli che da decenni scandiscono il rito civile della memoria:
I 262 rintocchi di campana, uno per ogni vita spezzata.
La lettura dei nomi delle vittime, che risuona nel cortile della miniera come un rosario laico.
Le delegazioni dei Paesi coinvolti, che depongono corone e fiori davanti al monumento.
Il silenzio collettivo, che non è mai vuoto
Settant’anni dopo, Marcinelle continua a parlarci.
Ci ricorda che:
La sicurezza sul lavoro non è mai un tema risolto, ma una responsabilità quotidiana.
La migrazione economica è fatta di persone, non numeri, e porta con sé vulnerabilità che le istituzioni devono proteggere.
La memoria è un atto politico, perché ci obbliga a guardare alle condizioni dei lavoratori di oggi: nelle miniere, nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi, nei servizi.
Il legame tra Belgio e Italia nasce anche dal dolore, e proprio per questo è profondo, reale, umano.
Marcinelle ci insegna che non possiamo mai abbassare la guardia: ogni volta che un lavoratore muore, ogni volta che la sicurezza viene considerata un costo, ogni volta che la dignità viene sacrificata alla produttività, la storia ci ricorda che abbiamo già visto cosa succede quando si ignora il rischio.
Un ponte che continua a esistere
In questo 8 agosto abbiamo scelto di essere presenti in entrambi i luoghi della memoria, perché la memoria è davvero un ponte: fatto di ricordi, certo, ma anche delle emozioni che quei ricordi continuano a evocare. Il legame tra Belgio e Italia non è solo una pagina di storia: è un’eredità viva, che scorre nelle comunità, nelle associazioni, nelle famiglie.
È Chiara, insieme ai suoi due figli di 10 e 12 anni, a decidere di mettersi in viaggio da Pescara verso Manoppello. Un tragitto breve (venti, venticinque minuti) ma carico di significato. Prima l’asse attrezzato, poi la strada interna che sale tra le curve, attraversa Manoppello Scalo e si arrampica verso il paese, tra vigneti di Montepulciano e scorci che alternano Majella e mare. Un percorso che non è solo geografico: è un ritorno alle origini, un modo per avvicinarsi ai luoghi da cui partirono i 22 uomini di Manoppello e i 6 di Lettomanoppello. E che non fecero ritorno da Marcinelle.
I figli di Chiara, nati a Braine l’Alleud e cresciuti a Bruxelles, si sentono italiani quanto lei. Le loro estati a Pescara, dalla nonna, hanno costruito un legame profondo con l’Abruzzo, tanto che quando viene loro chiesto se vivrebbero in Italia rispondono senza esitazione: “Sì, a Pescara!”. È anche per questo che la tragedia di Marcinelle li tocca così da vicino: perché parla di partenze, di speranze, di famiglie che hanno attraversato confini. Proprio come la loro.
Sul navigatore, “Piazza Caduti di Marcinelle” non compare. Per questo, una volta arrivata al piccolo parcheggio comunale all’ingresso di Manoppello, Chiara ha dovuto chiedere indicazioni. Una signora, senza esitazione, si offre di accompagnarli. Camminando sotto gli ombrelli della strada principale, racconta che d’inverno il paese è quasi vuoto, ma d’estate “si riempie quando tornano quelli dal Belgio”. E infatti, con la targa belga della macchina, Chiara e i suoi figli non sono certo gli unici.
La piazza si raggiunge attraversando tre archi gialli. Da fuori non si vede quasi nulla, solo un piccolo simbolo: un vagone nero del carbone. Ma appena si entra, il tempo sembra fermarsi. Il monumento di Pietro Cascella, la grande targa con i 262 nomi che i bambini vogliono contare uno per uno, le bandiere del Belgio, dell’Italia e dell’Europa affiancate: tutto riporta a quel 8 agosto 1956.
Il silenzio di quello spiazzo raccolto amplifica le voci di chi è partito e di chi continua a partire. Non solo verso Charleroi, ma anche verso La Louvière, dove la comunità abruzzese è così viva che durante un torneo di calcio di uno dei figli di Chiara, al barbecue, accanto agli hamburger c’erano soprattutto arrosticini.
Come spesso accade dopo una tragedia, la storia accelera. E forse Marcinelle può diventare anche un riscatto: un modo per far conoscere Manoppello, i suoi panorami, il Montepulciano, la frescura della collina a pochi minuti dal mare. La nuova targa inaugurata a Charleroi l’8 agosto 2026, o la proposta di rendere la piazza un monumento nazionale, potrebbero essere l’inizio di un turismo della memoria che valorizzi il territorio.
Tutto questo grazie al sacrificio di quei 22 minatori, delle loro famiglie e dei tanti cugini lontani che oggi vivono in Belgio e che possono essere i primi ambasciatori della bellezza delle loro origini.
Essere emigrante, o italiano all’estero, significa proprio questo: raccontare le proprie radici, portare con sé le tradizioni, far amare i propri luoghi a chi non li conosce ancora.















